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Sepsi, cos’è e quando il ritardo nella diagnosi o nella terapia dà diritto al risarcimento

Sepsi, cos’è e quando il ritardo nella diagnosi o nella terapia dà diritto al risarcimento

14 Luglio 2026

Immaginate il corpo umano che, nel tentativo di difendersi da un’infezione, finisce per aggredire se stesso. La sepsi è esattamente questo: non una semplice complicazione clinica, ma un drammatico cortocircuito immunitario. Quando un paziente arriva in Pronto Soccorso o si trova già ricoverato, questa sindrome può trasformarsi in un nemico invisibile e rapidissimo.

Di fronte a un batterio o a un virus, l’organismo scatena una risposta così violenta e incontrollata da innescare un effetto domino, capace di compromettere nel giro di poche ore il funzionamento di organi vitali come cuore, polmoni, reni e cervello. Una vera e propria corsa contro il tempo in cui ogni minuto può fare la differenza tra la vita e la morte.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, la sepsi rappresenta una delle principali cause di morte ospedaliera e richiede una diagnosi estremamente tempestiva. Il trattamento deve essere avviato il prima possibile attraverso antibiotici appropriati, fluidoterapia e monitoraggio intensivo, perché il ritardo terapeutico può incidere in modo determinante sulla sopravvivenza del paziente.

La sepsi può svilupparsi dopo un’infezione polmonare, urinaria, addominale o cutanea, ma può anche essere conseguenza di un’infezione correlata all’assistenza sanitaria, ad esempio dopo un intervento chirurgico, il posizionamento di un catetere venoso o urinario o l’impianto di una protesi.

Non tutti i casi di sepsi dipendono da un errore medico. Esistono situazioni nelle quali, nonostante cure corrette e tempestive, la malattia evolve comunque in modo fatale. Diverso è il caso in cui i segnali di allarme vengano sottovalutati o la terapia venga iniziata troppo tardi.

Quando il ritardo dei sanitari può configurare una responsabilità

Uno degli errori più frequenti consiste nel non riconoscere tempestivamente i primi segni della sepsi. Febbre elevata, brividi, tachicardia, pressione arteriosa bassa, alterazione dello stato di coscienza, difficoltà respiratoria e aumento degli indici infiammatori sono sintomi che richiedono un’immediata valutazione clinica.

Quando tali segnali vengono ignorati o attribuiti ad altre patologie senza gli approfondimenti necessari, il paziente può andare incontro, nel giro di poche ore, a shock settico e insufficienza multiorgano.

Dal punto di vista giuridico, la responsabilità sanitaria può configurarsi quando il ritardo diagnostico o terapeutico abbia privato il paziente di concrete possibilità di sopravvivenza o di evitare un aggravamento irreversibile.

La materia è disciplinata dalla Legge n. 24 del 2017 (Legge Gelli-Bianco). L’articolo 7 prevede la responsabilità della struttura sanitaria ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del Codice Civile, quando non dimostri di avere adempiuto correttamente agli obblighi assistenziali.

In questi casi non basta dimostrare che il paziente è deceduto per sepsi: occorre verificare se una diagnosi e un trattamento tempestivi avrebbero, secondo il criterio del “più probabile che non”, evitato l’evento o ridotto significativamente le conseguenze.

Cosa dice la Cassazione: il ritardo va valutato caso per caso

La Corte di Cassazione ha ribadito più volte che la responsabilità del sanitario non può essere affermata né esclusa in modo automatico.

Con la Cassazione Penale, Sezione IV, sentenza n. 32359 del 1° ottobre 2025, la Suprema Corte ha precisato che il nesso causale nei casi di omessa o tardiva diagnosi deve essere accertato attraverso un giudizio fondato sull’alta probabilità logica, valutando se il comportamento corretto dei sanitari avrebbe evitato il decesso o l’aggravamento della patologia secondo il criterio elaborato dalla giurisprudenza successiva alla sentenza Franzese.

Non è sufficiente richiamare una generica perdita di chance o dati statistici astratti: occorre un rigoroso accertamento medico-legale riferito al caso concreto.

Sul versante civile, la Cassazione Civile, sentenza n. 6386 del 2023, ha riaffermato un principio particolarmente importante nelle infezioni correlate all’assistenza: una volta che il paziente dimostri di avere contratto l’infezione durante il ricovero e di aver subito un danno, spetta alla struttura sanitaria provare di avere adottato tutte le misure organizzative, preventive e di controllo imposte dalla normativa e dalle buone pratiche cliniche.

Questo significa che ogni caso deve essere analizzato attraverso la cartella clinica, i tempi di esecuzione degli esami, la rapidità con cui sono stati somministrati gli antibiotici, il monitoraggio dei parametri vitali e il rispetto dei protocolli assistenziali.

Quali danni possono essere risarciti

Quando viene accertata la responsabilità sanitaria, il risarcimento deve coprire tutte le conseguenze direttamente riconducibili all’errore medico.

Se il paziente sopravvive ma riporta danni permanenti, possono essere risarciti:

  • danno biologico permanente;
  • danno morale;
  • spese mediche e riabilitative;
  • perdita della capacità lavorativa;
  • costi dell’assistenza futura;
  • danno patrimoniale conseguente alla riduzione dell’autonomia.

Nei casi più gravi, in cui la sepsi determina il decesso, i familiari possono chiedere il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, oltre agli ulteriori danni patrimoniali eventualmente dimostrabili.

È importante sottolineare che il risarcimento non deriva automaticamente dalla morte del paziente. Occorre dimostrare, attraverso una consulenza medico-legale, che il ritardo nella diagnosi o nella terapia abbia avuto un ruolo causale nell’evoluzione della malattia. Proprio per questo motivo la valutazione del nesso causale rappresenta spesso l’aspetto più delicato dell’intero procedimento.

Perché è fondamentale analizzare subito la cartella clinica

Le controversie relative alla sepsi richiedono una ricostruzione estremamente dettagliata dell’assistenza prestata.

È indispensabile acquisire tempestivamente:

  • cartella clinica completa;
  • diario infermieristico;
  • esami ematochimici;
  • emocolture e referti microbiologici;
  • tempi di somministrazione degli antibiotici;
  • monitoraggio dei parametri vitali;
  • consulenze specialistiche;
  • documentazione di terapia intensiva, se presente.

Anche poche ore di ritardo possono assumere un’importanza decisiva nella valutazione della responsabilità. Per questo motivo è fondamentale che la documentazione venga analizzata da un’équipe composta da avvocati esperti in responsabilità sanitaria e consulenti medico-legali specializzati in infettivologia e medicina d’urgenza.

La sepsi è una patologia che evolve rapidamente e non sempre può essere evitata. Tuttavia, quando la diagnosi viene ritardata, i sintomi vengono sottovalutati o le cure vengono iniziate oltre i tempi consentiti dalle conoscenze scientifiche, il paziente e la sua famiglia hanno il diritto di verificare se vi siano state responsabilità sanitarie.

Se tu o un tuo familiare avete subito gravi conseguenze a causa di una sepsi diagnosticata o trattata in ritardo (per esempio dopo un intervento chirurgico) contatta lo Studio Legale Bombaci & Partners. Analizzeremo la documentazione clinica insieme a consulenti medico-legali altamente specializzati per accertare il rispetto delle linee guida, verificare il nesso causale e valutare la possibilità di ottenere il giusto risarcimento.

Avv. Alessio Bombaci

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